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REGIFUGIUM

Regifugium

Nel calendario romano il 24 febbraio veniva celebrata una importante ricorrenza: la fuga del re (regifugium). L’avvenimento della cacciata di Tarquinio il Superbo, ci viene raccontato da Tito Livio. Durante una pausa delle lunghe battaglie, i rampolli della famiglia regia passavano il tempo in convivi e in baldorie. Spesso, Sesto Tarquinio e Lucio Tarquinio Collatino lasciavano nottetempo l’accampamento militare per recarsi a Roma. Un giorno si recarono a Collazia, alla domus di Lucio Tarquinio Collatino dove furono accolti da Lucrezia, premurosa e devota moglie di Lucio che mostro una squisita ospitalità a Sesto Tarquinio. I modi gentili della padrona di casa e complice l’abbondante libagione, una sinistra morbosità invase Sesto Tarquinio, quello di insidiare Lucrezia, la bellezza e la castità lo eccitavano. Tornati all’accampamento, Sesto Tarquinio non raffreddò la sua bramosia e trascorsi pochi giorni, ad insaputa di Collatino, andò a Collazia. Fu ricevuto cortesemente da Lucrezia, ignorando il suo proposito e, dopo aver consumato la cena da lei offertagli, nella camera degli ospiti, in preda ad un raptus, quando tutti erano immersi nel sonno, si recò, con una spada in pugno, presso Lucrezia dormiente e abuso di lei. La donna, atterrita provava invano a fargli resistenza, Tarquinio, la vedeva ostinata nel respingerlo e neppure piegarsi al paura della morte, aggiunse al terrore l’infamia dicendogli che avrebbe messo accanto a lei morta uno schiavo nudo strangolato, perché si credesse ch’era stata uccisa nell’ignominia dell’ adulterio. Lucrezia, addolorata per la grande sventura, fece recapitare un messaggio al padre e al marito perché venissero a da lei Lucrezio venne con Publio Valerio figlio di Voleso, Collatino con Lucio Giunio Bruto, questi trovarono Lucrezia turbata, seduta nella camera da letto e alla vista dei suoi si sciolse in pianto a dirotto e al marito che le chiedeva:

“Stai bene?”, “No”, disse; “come può star bene una donna che ha perduto la pudicizia? Nel tuo letto, Collatino, ci sono tracce di un altro uomo. Ma solo il corpo è stato violato, l’animo è innocente; lo attesterà la morte. Ma datemi le destre e giurate che l’adultero sarà punito. Sesto Tarquinio è quello che, nemico in parvenza di ospite, qui, la scorsa notte, armato, si è preso un godimento per me e per lui funesto, se voi siete uomini”. Tutti gli giurarono vendetta e consolarono la dolente e : dissero che non il corpo, ma l’animo pecca e che dove manca il consenso non esiste colpa. “Voi”, ella disse, “vedrete quale pena a lui si convenga; io, benché mi senta assolta dal peccato, non mi libero dalla pena. Nessuna donna vivrà impudica dopo l’esempio di Lucrezia”. E con il pugnale, che celava sotto la veste, si trafisse e cadde morente tra lo sconforto del padre e del marito.

Brutus illis luctu occupatis cultrum ex volnere Lucretiae extractum, manantem cruore prae se tenens, “Per hunc” inquit “castissimum ante regiam iniuriam sanguinem iuro, vosque, di, testes facio me L. Tarquinium Superbum cum scelerata coniuge et omni liberorum stirpe ferro igni quacumque dehinc vi possim exsecuturum, nec illos nec alium quemquam regnare Romae passurum.” Cultrum deinde Collatino tradit, inde Lucretio ac Valerio, stupentibus miraculo rei, unde novum in Bruti pectore ingenium. Ut praeceptum erat iurant; totique ab luctu versi in iram, Brutum iam inde ad expugnandum regnum vocantem sequuntur ducem. Elatum domo Lucretiae corpus in forum deferunt, concientque miraculo, ut fit, rei novae atque indignitate homines. Pro se quisque scelus regium ac vim queruntur. Movet cum patris maestitia, tum Brutus castigator lacrimarum atque inertium querellarum auctorque quod viros, quod Romanos deceret, arma capiendi adversus hostilia ausos. Ferocissimus quisque iuvenum cum armis voluntarius adest; sequitur et cetera iuventus. Inde patre praeside relicto Collatiae [ad portas] custodibusque datis ne quis eum motum regibus nuntiaret, ceteri armati duce Bruto Romam profecti. Ubi eo ventum est, quacumque incedit armata multitudo, pavorem ac tumultum facit; rursus ubi anteire primores civitatis vident, quidquid sit haud temere esse rentur. Nec minorem motum animorum Romae tam atrox res facit quam Collatiae fecerat; ergo ex omnibus locis urbis in forum curritur. Quo simul ventum est, praeco ad tribunum celerum, in quo tum magistratu forte Brutus erat, populum advocavit. Ibi oratio habita nequaquam eius pectoris ingeniique quod simulatum ad eam diem fuerat, de vi ac libidine Sex. Tarquini, de stupro infando Lucretiae et miserabili caede, de orbitate Tricipitini cui morte filiae causa mortis indignior ac miserabilior esset. Addita superbia ipsius regis miseriaeque et labores plebis in fossas cloacasque exhauriendas demersae; Romanos homines, victores omnium circa populorum, opifices ac lapicidas pro bellatoribus factos. Indigna Ser. Tulli regis memorata caedes et invecta corpori patris nefando vehiculo filia, invocatique ultores parentum di. His atrocioribusque, credo, aliis, quae praesens rerum indignitas haudquaquam relatu scriptoribus facilia subicit, memoratis, incensam multitudinem perpulit ut imperium regi abrogaret exsulesque esse iuberet L. Tarquinium cum coniuge ac liberis. Ipse iunioribus qui ultro nomina dabant lectis armatisque, ad concitandum inde adversus regem exercitum Ardeam in castra est profectus: imperium in urbe Lucretio, praefecto urbis iam ante ab rege instituto, relinquit. Inter hunc tumultum Tullia domo profugit exsecrantibus quacumque incedebat invocantibusque parentum furias viris mulieribusque.

Bruto, mentre gli altri erano in preda allo sconforto, estrasse il coltello dalla ferita e, stringendolo ancora insanguinato, disse: “Su questo sangue, purissimo prima che il principe Sesto Tarquinio lo contaminasse, vi giuro e chiamo voi a testimoni, oh dèi, che da ora in poi perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo e la sua scellerata moglie e tutta la sua stirpe col ferro e il fuoco e con qualsiasi mezzo mi sarà possibile e non lascerò che né loro né nessun altro regni più a Roma.”  Quindi passa il coltello a Collatino e poi a Lucrezio e a Valerio, tutti sbalorditi dall’incredibile evento e incapaci di stabilire da dove Bruto venisse tutta quella veemenza. Giurano com’era stato loro ordinato e, passati dal dolore alla rabbia, appena Bruto li invita a scagliarsi immediatamente contro il potere reale, non esitano a seguirlo come loro capo. Quindi trascinano fuori di casa il cadavere di Lucrezia e lo adagiano nel foro dove lentamente si accalca la gente, attratta, come di consueto, dalla stranezza della cosa e in più dalla sua nefandezza. Tutti si scagliano indignati contro la violenza criminale del principe. La commozione nasceva dalla tristezza del padre ma anche da Bruto che li invitava a smetterla con tutti quei pianti e li esortava a essere degni del proprio nome di uomini e di Romani e a prendere le armi contro chi aveva osato trattarli come nemici. I giovani più coraggiosi si armano e si offrono volontari, seguiti subito da tutto il resto della gioventù. Quindi, lasciato il padre di Lucrezia a guardia di Collazia e piazzate delle sentinelle per evitare che qualcuno andasse a riferire dell’insurrezione alla famiglia reale, il resto delle truppe fa rotta su Roma agli ordini di Bruto. Una volta lì, questa moltitudine armata semina dovunque il panico e lo sconcerto al suo passaggio. Ancora una volta, però, vedendo che alla testa c’erano i personaggi più in vista della città, l’opinione generale fu che, qualunque cosa stessero facendo, non poteva trattarsi di un’iniziativa sconsiderata. L’atroce episodio suscita a Roma non meno commozione di quanta ne avesse suscitata a Collazia e da ogni parte della città la gente si riversa nel foro. Una volta lì, un messo convocò il popolo di fronte al tribuno dei Celeri, magistratura tenuta casualmente in quel periodo proprio da Bruto. Egli allora pronunciò un discorso assolutamente non in sintonia con il carattere e gli atteggiamenti che fino a quel giorno aveva simulato di avere. Parlò della brutale libidine di Sesto Tarquinio, dello stupro infamante subito da Lucrezia, del suo commovente suicidio e del lutto solitario di Tricipitino che era più affranto e indignato per la causa che non per la morte stessa della figlia. Ricordò loro anche l’arroganza tirannica del re e lo stato miserando della plebe, costretta a schiantare di fatica a forza di scavi e di fogne da ripulire. A questo proposito aggiunse che i Romani, capaci di sottomettere ogni altro popolo dei dintorni, erano stati trasformati in manovali e tagliapietre da guerrieri che erano. Dopo aver citato l’indegna fine di Servio Tullio e l’episodio orrendo della figlia che ne calpestava il cadavere col cocchio, invocò gli dèi vendicatori dei crimini contro i genitori. Con questi argomenti e, credo, con altri ancora più atroci dettati dall’immediatezza dello sdegno, ma quasi mai facilmente ricostruibili da parte degli storici,infiammò il popolo e lo trascinò ad abbattere l’autorità del re e a esiliare Lucio Tarquinio con tanto di moglie e figli. Poi Bruto in persona arruolò i giovani che si offrivano volontari e, dopo averli dotati di armi, partì alla volta di Ardea per sollevare contro il re l’esercito là accampato. Lasciò il comando di Roma a Lucrezio, che poco tempo prima era già stato nominato prefetto della città dal re. Nel pieno di questo trambusto, Tullia scappò dal palazzo e, dovunque passava, la gente la subissò di maledizioni e di invocazioni alle furie vendicatrici dei crimini contro i genitori.

Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 59.

Immagine: Suicidfio di Lucrezia di Breu Jörg the Elder, (1475 – 1537),

 

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