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BATTAGLIA del METAURO

Battaglia Del Metauro

La battaglia sul fiume Metauro fu uno scontro decisivo della seconda Guerra Punica tra Roma e Cartagine, combattuto il 22 giugno del 207 a.C., le forze cartaginesi erano guidate da Asdrubale Barca, fratello di Annibale, che si suppone portasse rinforzi per l’assedio di Roma. L’esercito repubblicano era comandato dai due consoli Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone. Claudio Nerone aveva già combattuto contro Annibale a Grumento, qualche centinaio di chilometri a sud del Metauro, e si ricongiunse a Livio Salinatore con una marcia forzata all’insaputa dei Cartaginesi, i quali si trovarono così in inferiorità numerica. Asdrubale per giungere in Italia aveva eluso in Spagna l’inseguimento di Publio Cornelio Scipione.  Nella primavera del 207 a.C. Asdrubale valicò rapidamente le Alpi,  attraverso la stessa via che dieci anni prima aveva percorso il fratello Annibale, al suo passaggio le file del suo esercito si unirono i galli. Asdrubale, alla stessa maniera del fratello, ebbe anche successo nel condurre attraverso le Alpi i suoi elefanti da guerra. A fronteggiare Annibale e Asdrubale furono comandati i consoli Nerone e Salinatore i quali temporeggiarono, Salinatore, nonostante l’aggiunta di due legioni si avvicinò cautamente ad Asdrubale, consentendogli così di ritirarsi oltre il Metauro. Nerone di notte raggiunse Salinatore, che era accampato a Senigallia assieme al pretore Porcio. L’esercito di Asdrubale che si trovava poco distante non visto, la sua presenza fu notata solo il giorno successivo, quando i romani si preparavono per la battaglia. Anche Asdrubale posizionò le truppe ed osservò che l’armata di Salinatore era più folta e che disponeva di molta più cavalleria. Asdrubale si ricordò di aver sentito una tromba nel campo romano, la notte precedente, segnalare l’arrivo di un personaggio importante, era un suono che gli era divenuto familiare durante i suoi rapporti con i romani in Spagna e quindi dedusse correttamente che stava affrontando entrambi i consoli romani. Scoraggiato cercò di ritirarsi in Gallia dove avrebbe potuto unirsi ad Annibale. Vi lascio alla cronaca di Tito Livio:

XLVII. Iam hostes ante castra instructi stabant. moram pugnae attulit quod Hasdrubal prouectus ante signa cum paucis equitibus scuta uetera hostium notauit quae ante non uiderat et strigosiores equos; multitudo quoque maior solita uisa est. suspicatus enim id quod erat, receptui propere cecinit ac misit ad flumen unde aquabantur ubi et excipi aliqui possent et notari oculis si qui forte adustioris coloris ut ex recenti uia essent; simul circumuehi procul castra iubet specularique num auctum aliqua parte sit uallum, et ut attendant semel bisne signum canat in castris. ea cum ordine relata omnia essent, castra nihil aucta errorem faciebant; bina erant, sicut ante aduentum consulis alterius fuerant, una M. Liui, altera L. Porci; neutris quicquam quo latius tenderetur ad munimenta adiectum. illud ueterem ducem adsuetumque Romano hosti mouit quod semel in praetoriis castris signum, bis in consularibus referebant cecinisse; duos profecto consules esse, et quonam modo alter ab Hannibale abscessisset cura angebat. minime id quod erat suspicari poterat, tantae rei frustratione Hannibalem elusum ut ubi dux, ubi exercitus esset cum quo castra coniuncta habuerit ignoraret: profecto haud mediocri clade absterritum insequi non ausum; magno opere uereri ne perditis rebus serum ipse auxilium uenisset Romanisque eadem iam fortuna in Italia quae in Hispania esset. interdum litteras suas ad eum non peruenisse credere interceptisque iis consulem ad sese opprimendum accelerasse. his anxius curis, exstinctis ignibus, uigilia prima dato signo ut taciti uasa conligerent, signa ferri iussit. in trepidatione et nocturno tumultu duces parum intente adseruati, alter in destinatis iam ante animo latebris subsedit, alter per uada nota Metaurum flumen tranauit. ita desertum ab ducibus agmen primo per agros palatur, fessique aliquot somno ac uigiliis sternunt corpora passim atque infrequentia relinquunt signa. Hasdrubal dum lux uiam ostenderet ripa fluminis signa ferri iubet, et per tortuosi amnis sinus flexusque cum errorem uoluens haud multum processisset, ubi prima lux transitum opportunum ostendisset transiturus erat. sed cum, quantum a mari abscedebat, tanto altioribus coercentibus amnem ripis non inueniret uada, diem terendo spatium dedit ad insequendum sese hosti.

XLVII. I nemici erano già schierati davanti al castrum. Quello che ritardò la battaglia, fu che Asdrubale avanzò protetto da pochi antesignani vide alcuni vecchi scudi dei soldati, che non aveva mai visti prima, nonché alcuni cavalli esausti. Anche il numero gli sembrò maggiore rispetto al solito. Per il sospetto di cui egli nutriva, raduno in fretta gli uomini e li mandò al fiume dove si andava a prendere l’acqua, per catturare qualcuno ed osservare se per caso, tra i soldati alcuni fossero di colore più abbronzato, come chi viene da lontano e nel tempo stesso ordina che si vada lontano girando intorno al campo per spiare, se lo steccato da qualche parte fosse stato allargato e fare attenzione se la tromba si senta suonare nel campo una volta oppure due volte, essendogli stato riferito il tutto con ordine, l’accampamento non ingrandito lo traeva in inganno. Erano due campi, come prima dell’arrivo dell’ altro console, quello di Marco Livio, e quello di Lucio Porcio, non si erano fatte aggiunte né all’ uno, né all’ altro per alloggiare più larghi. Quello che fece impressione al vecchio comandante avvezzo a guerreggiare coi Romani, fu che riferivano essersi udita la tromba una volta nel campo del pretore, e due nel campo consolare; vi erano dunque certamente i due consoli, e in qual modo si fosse un di essi scostato da Annibale, quest’era il pensiero che lo angustiava. Non poteva in nessun modo sospettare quello che era, cioè che Annibale fosse stato così solennemente ingannato e che non sapesse dove fosse il comandante, dove l’esercito, presso al quale era il suo campo. Certamente, ricevuta qualche grossa sconfitta, Annibale non aveva osato inseguirlo, sicché temeva Asdrubale di esser venuto in aiuto tardi e che tutto fosse compromesso e che ormai i Romani avessero due consoli in Italia la stessa buona fortuna che in Spagna. Talvolta credeva che le sue lettere non fossero giunte ad Annibale e che il console avendole intercettate, avesse accelerato il suo cammino per opprimerlo. Tormentato da questi pensieri, spenti i fuochi, dato il segnale sulla prima veglia perché raccogliessero le loro cose ordina, che si levi il campo. Nella confusione e nel tumulto della notte, delle guide, poco attentamente osservate, una si appiattò nei nascondigli già prima con l’animo disegnati, l’altra per guadi noti valicò il Metauro; così, fino dall’inizio, l’esercito, smarrite le guide, si sbanda per la campagna; ed alcuni, stanchi dal sonno e dalle veglie, si buttano a terra qua e là, ed abbandonano le bandiere. Asdrubale ordina che, fino a quando il giorno mostri il cammino, le bandiere si tengano lungo la riva del fiume, e ravvolgendosi per tutti i seni e giravolte che il fiume stesso faceva, non andò molto avanti, perciò determinato a passarlo, non appena la prima luce gli offrisse il luogo opportuno. Ma poiché quanto più il mare si allontanava e tanto più alte sponde frenavano il fiume, non gli riusciva di trovare alcun guado avvenne, che consumandosi il giorno, diede tempo al nemico d’inseguirlo

Tito Livio Ab Vrbe Condita Lib. XXVII, 47                     Immagine: dettaglio Sarcofago con “Il Trionfo di Dioniso”, I sec. d.C.   – The Fitzwilliam Museum, Cambridge UK

 

 

 

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