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APPIA LA REGINA VIARUM

APPIA LA REGINA VIARUM
La via Appia era una strada romana che collegava Roma a Brundisium (Brindisi), uno tra i più importanti porti dell’Italia antica, un porto da cui iniziavano le rotte commerciali per la Greciae l’Oriente. L’Appia, è considerata la regina viarum , è universalmente ritenuta una delle più grandi opere di ingegneria del mondo antico per l’enorme impatto economico, militare e culturale che essa ha avuto sulla società romana. I lavori per la costruzione iniziarono nel 312 a.C. per volere del censore Appio Claudio Cieco, che fece ristrutturare ed ampliare una strada preesistente che collegava Roma ai Colli Albani, prolungandola fino a Capua, da alcuni anni posta sotto il controllo romano. Alla metà del III sec. a.C. il tragitto fu esteso fino a Maleventum, in cui erano stati da poco inviati coloni romani, che nello stesso periodo mutò il nome in Beneventum. I lavori di costruzione si protrassero durante la seconda metà del III sec. a.C., quando fu raggiunta Tarentum, e poi fino a verso il 190 a.C., epoca in cui fu completato il percorso fino al porto di Brundisium(Brindisi).
La funzione primaria del tracciato era di garantire un rapido movimento delle truppe verso il Mediterraneo e di consolidare i fiorenti traffici commerciali con le città della Magna Graecia. Inoltre i rapidi spostamenti determinarono in breve una grande apertura della società romana verso la cultura greca: nei decenni successivi alla costruzione della strada si diffusero gradualmente a Roma il teatro e la conoscenza della lingua greca e crebbe l’apprezzamento per l’arte e la letteratura ellenica; nuove dottrine filosofiche e religiose si diffusero tra i Romani.
La strada fu costruita con estrema perizia e precisione, tanto da essere percorribile con ogni condizione climatica e mezzo.
A partire dal 258 a.C. si provvide gradualmente a dotare la strada di una pavimentazione più evoluta, con grandi pietre levigate di pietra vulcanica, il basolato poggiava su vari strati di pietrisco e di terra, stesi secondo un ordine studiato per colmare la trincea artificiale scavata preliminarmente, secondo un sistema che assicurava un drenaggio ottimale delle acque meteoriche. La nuova tecnica divenne poi lo standard per la costituzione della capillare rete stradale del mondo romano.
La strada era costruita con un percorso il più possibile rettilineo e con una larghezza che permetteva la circolazione dei carri nei due sensi di marcia, affiancata sui lati da crepidines (marciapiedi) per il percorso pedonale, l’Appia si meritò ben presto l’appellativo di regina delle strade. Sulla Via Appia apparvero per la prima volta le pietre miliari.

Et censura clara eo anno Ap. Claudi et C. Plauti fuit; memoriae tamen felicioris ad posteros nomen Appi, quod viam munivit et aquam in urbem duxit; eaque unus perfecit quia ob infamem atque invidiosam senatus lectionem verecundia victus collega magistratu se abdicaverat, Appius iam inde antiquitus insitam pertinaciam familiae gerendo solus censuram obtinuit. Eodem Appio auctore Potitia gens, cuius ad Aram Maximam Herculis familiare sacerdotium fuerat, servos publicos ministerii delegandi causa sollemnia eius sacri docuerat. Traditur inde, dictu mirabile et quod dimovendis statu suo sacris religionem facere posset, cum duodecim familiae ea tempestate Potitiorum essent, puberes ad triginta, omnes intra annum cum stirpe exstinctos; nec nomen tantum Potitiorum interisse sed censorem etiam [Appium] memori deum ira post aliquot annos luminibus captum.

… Quell’anno fu memorabile la censura di Appio Claudio e Gaio
Plauzio, anche se dei due il nome che rimase più a lungo presso i posteri fu quello di Appio, in quanto fece costruire una strada e l’acquedotto che porta l’acqua a Roma queste opere le portò a termine da solo, perché il collega, per colpa di una revisione della lista dei senatori che aveva attirato dure critiche e risentimento contro i censori ceduto alla vergogna rinunciando alla carica. Appio allora, che dagli antenati aveva ereditato l’ostinazione tipica della famiglia, esercitò la censura da solo. Per iniziativa dello stesso Appio, la gens Potizia cui in passato era riservato il culto dell’ara massima di Ercole aveva istituito servi pubblici per affidare loro l’incombenza dei riti di quel culto. Stando a quanto si racconta, a séguito di questa decisione si verificò un fatto prodigioso che arrivò a creare scrupoli religiosi in quanti avessero voluto inserire delle innovazioni nei riti sacri: mentre in quel periodo le famiglie facenti capo alla gens Potizia erano dodici e comprendevano circa trenta uomini in età adulta, prima della fine dell’anno tutti i suoi membri con la relativa discendenza morirono. E non solo spari il nome dei Potizi, ma alcuni anni dopo anche il censore Appio venne privato della vista dagli dèi, memori di quel fatto.

Tito Livio, Ab Urbe Condita lib.IX – 29

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